I componenti  della famiglia Bera, secondo me, presentano tutte le caratteristiche dei Langhetti: originali, creativi, avventurosi e radicati profondamente nella terra, lavoratori tenaci e amanti del buon vivere, aperti alle nuove conoscenze e testimoni delle tradizioni, riservati e disponibili, ciascuno di loro contribuisce a costituire l’insieme di una famiglia forte e dinamica.

La cantina è creazione recente di questa generazione, è giovane più del più giovane dei Bera, era sogno della generazione precedente ora realizzato, da far crescere e affermare. La cura dedicata alle vigne finalmente si manifesta e conclude nella produzione dei vini (altrettanto seguiti) che a me piacciono molto, ad esempio da loro si trova il Dolcetto invecchiato straordinario e raro.

La loro cucina è buonissima, vi consiglio di sperimentarla mentre acquistate il vino!

Giovanna


Il Bosseto: la cantina della famiglia Bera

La famiglia

Il cognome Bera pare derivi dall’ inglese Bear (orso) si ha notizia di una famiglia nobile calata in Italia intorno all’ anno 1000, al seguito delle invasioni barbariche: proveniva dal nord Europa forse dalla Germania o forse dall’ Inghilterra e il suo stemma era appunto un orso, simbolo di potenza, fierezza, astuzia ma anche di crudeltà di durezza e di regalità: fino all’800 era l’orso il re degli animali. Un embrione di questa famiglia si è sviluppato nelle Langhe e noi deriviamo da esso: siamo due fratelli, due sorelle e la mamma accomunati dall’ amore per la terra, la vite e il vino.

L’azienda vitivinicola Il Bosseto

Il Bosseto

Prende il nome dal bosso, un arbusto spontaneo dell’area mediterranea, è un sempreverde con delle piccole foglie ovali lucide e profumate. Il bosso è elemento fondamentale sia dei “giardini all’italiana o giardini formali” caratterizzati da forme geometriche sia “dell’arte topiaria” che realizza figure animali o comunque ricche di particolari complessi, ottenute con sapienti potature dell’arbusto e costante cura. Un esempio tra tutti sono i giardini del castello di Boboli a Firenze, molto in piccolo ce ne sono tracce anche intorno ai castelli delle Langhe (Govone, Serralunga, Magliano Alfieri), un tempo circondava anche le vecchie chiese ed era utilizzato come siepe per delimitare gli spazi nei giardini- orti dei monasteri. L’ azienda è in effetti è collocata nello spazio dove un tempo esisteva un potente Monastero dedicato a S. Alessandro.

Il bosso è un arbusto che cresce lentamente, è paziente e tenace, qualità che noi apprezziamo e cerchiamo di fare nostre.

L’azienda

è situata tra il confine di Trezzo Tinella e Treiso ed è quasi interamente coltivata a vite. La maggior parte degli impianti sono recenti e nel predisporli abbiamo cercato di lasciare piante e arredi esistenti per rispetto verso chi ci ha preceduti e per non impoverire ulteriormente il paesaggio. Nelle vigne esistono piante di pere Madernassa, mele antiche, muriche, pesche a pasta bianca; ci sono ancora i grandi tini in cemento che servivano per miscelare il verderame con la calce e i pozzi scavati nel tufo che fornivano l’ acqua alla famiglia; ci sono alcuni muretti in pietra e la sota: un piccolo stagno dove si allevavano le carpe. Le vigne sono circondate dalle rocche, i calanchi tipici delle Langhe dove crescono querce, gaggie (robinie), olmi e pini. Il Bosseto è orientato verso una coltivazione biologica, da anni non usiamo più diserbanti e i trattamenti sono a base di verderame e zolfo per  coltivare i vitigni tipici di questa zona: Moscato, Dolcetto, Nascetta

I nostri vini: particolarità, aneddoti e ricordi.

Il Moscato

MoscatoFino a pochi anni fa non aveva la popolarità che ha adesso ma la nostra famiglia lo ha sempre coltivato: i nonni paterni provenivano da Castagnole e da Castiglione Tinella, paesi nel quali questo vitigno è sempre stato presente. Uno dei nostri ricordi da bambini è legato al succo dolcissimo che filtrava lento dai sacchi olandesi. Si cominciava a filtrare pochi giorni dopo della vendemmia, verso la fine di ottobre e più l’ uva era dolce e più il mosto aveva bisogno di essere filtrato. I sacchi olandesi si intasavano sovente e così le donne, dopo cena uscivano nell’ aria frizzante e ventosa di metà autunno e li lavavano in grandi mastelli vicino alla cisterna. Il Moscato si beveva soprattutto in estate o in occasioni particolari come quando veniva il parroco a benedire, le poche famiglie del paese che lo producevano garantivano alle due parrocchie il vino per le celebrazioni dato il basso contenuto alcolico.

L’appezzamento di vigne Moscato è stato impiantato nel 1953 con i filari stretti che a malapena ci passava un bue: non amiamo sentircelo dire ma a volte rasentiamo il masochismo, poiché tutti i lavori debbono essere svolti manualmente non essendoci abbastanza spazio – tra un filare e l’altro – per il trattore.

Ora noi produciamo vino Moscato D.O.C.G.( Denominazione di Origine Controllata Garantita)  detto a tappo raso per distinguerlo dallo spumante, e abbiamo chiamato Ambrosia quello ottenuto da un mosto di uve stramature… l’ abbiamo chiamato Ambrosia come era chiamato il nettare degli dei.

Il Dolcetto

DolcettoE’ un vitigno autoctono delle Langhe e del Monferrato, a bacca rossa e le sue D.O.C. ( Denominazione di Origine Controllata)  prendono il nome dalle zone di coltivazione, ad esempio Dolcetto d’Alba, Dolcetto di Dogliani. È un’ uva delicata, difficile, esigente sia in vigna che in cantina. Il nome è ingannevole probabilmente gli deriva dal sapore degli acini, quelli sì, dolci e zuccherini. Il Dolcetto è un vino elegante, appagante, un vino a tutto pasto. A metà del secolo scorso era il vino più apprezzato, amabile, meno impattante e corposo del Barbera. Nelle famiglie di questa zona i parti avvenivano in casa e dopo il lieto evento si festeggiava sempre con un bicchiere di Dolcetto e anzi sei il nato era un maschio che garantiva la continuazione del cognome, arrivato magari dopo una o due femmine, era lo suocero che lo offrirà alla nuora. Quando i particolari (ITALIANO?), in Primavera venivano a comprare le damigiane di Dolcetto da imbottigliare nella luna nuova di Marzo, pretendevano il pranzo a base di bollito abbondantemente accompagnato dal Dolcetto dell’annata precedente.

Il Bosseto produce un Dolcetto novello e uno invecchiato. L’uva del Dolcetto sovente ha problemi di cascola: una volta non si sprecava niente e i vendemmiatori prima di recidere Il grappolo si cautelavano usando la votazza dove far cadere gli acini che si staccavano. Ai bambini veniva comandato di ripassare il sotto-fila e salvare il poco che era rimasto: gli infelici confidavano nelle galline.

Il Nascetta

NascettaE’ un vino bianco dal un gusto minerale, era già presente su queste colline coltivata con altri vitigni a bacca bianca, , magari col Timorasso, il Malvasia, e il Livertiin così aspro che le massaie dell’alta Langa lo usavano al posto del Caglio, per anni queste uve sono state pigiate assieme così quando si è scoperta la potenzialità di questo vitigno nessuno più ricordava come si doveva vinificare.

Oggi sono pochi gli agricoltori che lo coltivano: di terra per impiantare nuovi vigneti non ce n’è più.  Ogni produttore, ora, vinifica in modi diversi: sul mercato ci sono Nascetta diverse tra di loro e questo è un valore aggiunto.

Informazioni tecniche dettagliate http://www.ilbosseto.it/

Merenda “sinoira”

Ora le Langhe sono una terra invidiata dal mondo per i vini, il tartufo, le nocciole, il paesaggio, ma fino agli anni ‘70 la realtà economica di questi paesi era ben diversa, tutte le famiglie allevavano, maiali, polli e conigli e avevano bisogno di prati e di grano. I prati si falciano soprattutto d’Estate, il grano si miete solo d’Estate e l’Estate era la stagione più faticosa, il lavoro manuale era tanto e gravoso. le persone che lavoravano nei campi sfruttavano tutte le ore di luce e per sostenersi avevano bisogno di cibo.  La “massaia” dedita a sorvegliare i bambini e le covate, a metà pomeriggio preparava il cestino e lo portava agli uomini e alle donne che sudavano nei campi. Queste “merende sinoire” erano consumate più tardi di quelle canoniche ed erano a base di cibi sostanziosi, abbondanti e facilmente reperibili.

Noi avevamo il vino Moscato e le uova, la nonna preparava uno zabaglione freddo: in una ciotola sbatteva i tuorli di 10 uova con lo zucchero, a questa crema arancione aggiungeva le chiare montate a neve e ci versava dentro una bottiglia di Moscato fresco. Ogni presente aveva diritto a una scodella nella quale intingeva le fette di pane, dopo la merenda i lavoratori riprendevano le loro mansioni fino al crepuscolo ora di cena. Ora ai clienti che vengono in Cantina riproponiamo queste merende per ospitalità, perché i vini sono legati a doppio filo ai prodotti del territorio, perché il cibo rinsalda conoscenze e rafforza i legami. I piatti sono quelli tradizionali: minestre, gnocchi, marmellate, uova in carpione, friciulin (frittelle di patate), frittate con erbe selvatiche, bagnet (salse) e bunet (budino).

Venite a trovarci, vi aspettiamo!

Marinella Bera

Le Cattedrali Sotterranee … del vino?

Ci sono cattedrali sotto gli occhi di tutti perché le loro guglie puntano al cielo, Milano, Colonia, Westminster …, e ve ne sono altre che si sviluppano sottoterra e se non te lo dicono e se poi non scendi e vi entri proprio non le vedi. Succede a Canelli nell’Astigiano, capitale dello spumante italiano da quando nel 1850 Carlo Gancia vi importò il metodo “champenoise” dalla Francia.

Recentemente ribattezzate “Cattedrali Sotterranee”, poiché presentano: navate – deambulatori – transetti e si aprono in ampie crociere proprio come le Grandi Cattedrali costruite in superficie, sono autentici capolavori di architettura realizzati in mattoni a vista dentro il tufo delle colline.

La loro spettacolare bellezza, la loro unicità e storicità, composte da gallerie, cunicoli, lunghi corridoi e ampie volte valorizzate da un sapiente gioco di luci che sottolinea il monumentale lavoro di scavo e mette in risalto, in alcuni punti, il tufo di Canelli.

Edificate con ogni probabilità a partire dal XVIII secolo come piccole cantine di conservazione, rimaneggiate e ingrandite nel corso dei secoli fino alle ristrutturazioni e alle sistemazioni moderne, si sviluppano nel sottosuolo di Canelli. Le cattedrali, 15 chilometri di gallerie che arrivano fino a 40 metri di profondità, sono state strappate al tufo per conservare i prodotti della terra, ma anche il sale e tutto quello che viaggiava sulla via per Savona e Vado Ligure, storici sbocchi al mare di Canelli che fungeva da snodo commerciale.

Il vino nel tempo ha presto preso il sopravvento su tutto, il tufo calcareo di Canelli è un prezioso alleato: duro da picconare e incredibilmente stabile, funge da perfetto isolante termico, mantenendo un’umidità costante e una temperatura tra i 12 e i 14 gradi, condizioni ideale per l’affinamento dei grandi vini. Per questo, a partire dalla seconda metà dell’800 e durante i primi anni del XX secolo, sotto la città di Canelli vennero scavati diversi chilometri di gallerie. Nelle gallerie non avveniva soltanto lo stoccaggio e l’affinamento dei vini, ma l’intero processo di vinificazione i cui resti (presse, sistemi di filtraggio, tini, botti, macchinari) sono ancora oggi visibili a tangibile ricordo di un tempo passato.

In alcune di queste Cattedrali-cantine (ricordiamo che l’oscurità durante le delicate e lunghe fasi di lavorazione protegge il vino) si producono ancora oggi i più prestigiosi Spumanti con il Metodo classico, a me è capitato durante una visita e può succedere anche a voi di vedere “il cantiniere” lavorare su ogni singola bottiglia (sono molte migliaia) alloggiata nelle “pupitres”, in sintesi le lavorazioni che si svolgono in questi ambienti:

In summary, these are the main stages that are carried out in the production of the wine:

  • le bottiglie vivono la prima fase della loro permanenza in cantina con la “presa di spuma”, quando il vino acquisisce dalla fermentazione il “perlage” e la complessità del bouquet.
  • In seguito le bottiglie vengono trasferite sulle “puprites”, i cavalletti di legno diventati il simbolo del Metodo Classico. Qui ogni giorno il cantiniere ruota di un quarto di giro ogni bottiglia e la inclina lievemente verso l’alto perché i sedimenti si depositino nel collo.
  • Il processo continua con il “degorgement” in cui viene delicatamente tolto il tappo della bottiglia per eliminare il sedimento e nell’ultima fase viene aggiunto il “liqueur d’expedition”, un dosaggio segreto di vini, zucchero di canna e altri ingredienti, che danno l’impronta di stile a ciascuno di questi spumanti.

Le “Cattedrali Sotterranee”,  per la loro bellezza e importanza, sono state riconosciute dall’UNESCO come patrimonio mondiale dell’umanità, nell’ambito dei “Paesaggi vitivinicoli del Piemonte: Langhe – Roero e Monferrato”.

Vi suggerisco di sperimentare di persona la magia di questi luoghi unici e incantevoli!

Al momento sono visitabili su appuntamento:

Sito Prenotazioni
BOSCA cantine@bosca.it
CONTRATTO visite@contratto.it
GANCIA franco.ferrero@gancia.it
COPPO www.coppo.it/cantine

 

Buona visita e degustazioni!

Giovanna

Sono andata ad assistere al rito dell’Accensione del 73° Fiammifero sotto l’alambicco a fuoco diretto nella
distilleria Levi a Neive. Tante emozioni e sollecitazione dei cinque sensi!
C’era proprio tutto: la magia del luogo, il rito del fuoco, la banda, le poesie e i disegni di Romano Levi, le
etichette delle grappe che lui disegnava singolarmente e spesso dedicava, le cose buone da assaggiare…Da
qui il desiderio di far conoscere questa straordinaria realtà alle tante persone speciali che leggono il nostro
blog.
Buona lettura e un brindisi “virtuale” con le grappe della distilleria Levi!
Giovanna

La Donna Selvatica delle Langhe e le grappe di Romano Levi

Il Comune di Neive si trova al centro della strada Romantica di Langa, il più articolato con i suoi 100
chilometri dei percorsi per scoprire questa terra affascinante. Un territorio che custodisce tradizioni antiche,
come quella della leggendaria Donna Selvatica. Un’immagine che riconciliava nella figura femminile il
conflitto tra uomo e natura, al confine con la mitologia e reso poi celebre oltre ai confini delle Langhe dalle
etichette disegnate dal “ Grappaiolo angelico” Romano Levi di Neive.

 

La Donna Selvatica

Un antico racconto della Salige descrive le Donne Selvatiche delle Langhe come “figure ricorrenti nelle
saghe dell’arco alpino, che rappresentano le radici più profonde, corporee e istintuali del femminile:
l’archetipo di una natura libera e selvaggia, incontaminata dal disagio della civiltà”.
La “Donna Selvatica” si caratterizzava, all’interno della società contadina delle Langhe, come portatrice di
una cultura che affondava le sue radici nella notte dei tempi, in stretto contatto con la natura e i suoi
segreti, con i mestieri legati alla stagionalità, con la saggezza dei vecchi che si inframmezzava con la
religiosità popolare e scaramantica.
Nell’immaginario collettivo delle Langhe la figura della “Donna Selvatica” è sempre stata forte e presente:
una donna difficilmente inquadrabile nelle convenzioni sociali dominanti, per nulla attenta alle apparenze e
restia al conformismo imperante nelle campagne; una donna indipendente, fiera, autonoma e in grado di
badare a se stessa e, il più delle volte, agli altri; una donna, quindi, archetipo delle difficoltà e delle gioie,
degli stenti materiali e delle ricchezze spirituali della vita contadina immutata nei secoli.
Il mito di Donna Selvatica è stato poi ripreso e reso famoso da Romano Levi, produttore artigianale di
grappe d’autore, poeta e disegnatore di etichette, una celebrità a Neive. Per lui le Donne Selvatiche sono
visioni, ricordi del passato, di quando andava a scuola a piedi e sfiorava per strada “donne belle e
scarmigliate, un po’ pazze, un po’ streghe, un po’ fate”.

Romano Levi le racconta così le “Donne Selvatiche”

“Da ragazzino andavo a scuola attraversando le vigne. Tra i filari c’erano spesso “ i ciabòt”,
minuscoli ripari dove i vignaioli e i contadini si rifugiavano… Io passavo di lì al mattino e a volte
vedevo sbucare da questi ripari donne belle e scarmigliate, un po’ pazze, solitarie, che vivevano
spesso ai margini della società paesana. Erano misteriose, senza vincoli, sparivano e poi
tornavano, un po’ streghe e un po’ fate.
Erano libere, come dovrebbero essere tutte le donne per vivere la parte migliore della vita”.
Le grappe di Lidia e Romano Levi

“Faccio grappa: il sangue di fuoco, i morsi di vita, la poesia sono tuoi.”
Romano Levi

Per oltre sessant’anni, i fratelli Lidia e Romano Levi, continuando la tradizione dei loro antenati, hanno
prodotto una Grappa unica, a tutti nota come “La Grappa della Donna Selvatica”. Non è solo un distillato di
vinacce, ma anche l’arte espressa da Lidia nelle composizioni di erbe immerse nelle bottiglie o da Romano
nelle etichette poetiche, disegnate a mano.

“La Donna Selvatica scavalica le colline” – “La Donna Selvatica scavalica tutti i confini”
Romano Levi





Le grappe riescono superbe e lui fa la ‘riverenza’ nelle etichette che scrive con certosina sapienza a
mano, e che dedica. I nomi fermano nel tempo il suo fantastico amore a Donne decorose e indecorose,
selvatiche, ascendenti e discendenti, che scavalicano colline, che si lasciano toccare e non, coi capelli
d’oro d’argento”. Luigi Veronelli (enologo, cuoco, gastronomo, e scrittore)
http://www.lacucinaitaliana.it/storie/luoghi/luigi-veronelli-cucina-vino-olio-storia/

La casa-distilleria dei Levi, è oggi un Museo vivo e produttivo della Grappa, una vera e propria isola del
tempo, in cui il Genius Loci di Romano Levi, aleggia ovunque nell’arte, nei modi e nei tempi di lavoro, negli
oggetti semplici ed essenziali, nei profumi e nella serenità.
http://www.distilleriaromanolevi.com/romano-levi/#la-distilleria
http://www.distilleriaromanolevi.com/romano-levi/
https://www.facebook.com/DistilleriaRomanoLevi

RENZO “Il cestaio delle Langhe”

Premessa

Nel passato i cestini erano molto usati dai contadini delle Langhe, servivano per gli usi più molteplici: per la raccolta di cereali-ortaggi-frutta, contenitori di legna, contenitori di uova…quasi tutti (durante i lunghi e innevati Inverni) li costruivano per gli usi della famiglia, alcuni dotati di “estro creativo” alternavano colori/fogge/decorazioni/finiture ma restavano oggetti di uso pratico e quotidiano.

Amo i cestini da una vita, li compero e li uso anche se quando si rompono o consumano mi dispiace, poi ne trovo altri…
Ho avuto la fortuna di conoscere Renzo recentemente, fare qualche acquisto e invitarlo alla Cascina Bricchetto per una dimostrazione a noi e ai nostri ospiti.

Renzo

Il cestaio delle LangheRenzo bambino guardava per ore il nonno che creava cestini di salice per gli usi della famiglia, desiderava diventare bravo come lui ma come diceva il nonno bisognava sia costruirne tanti sia possedere l’estro artistico.
Renzo, guidato dal nonno, aveva iniziato a costruire i cestini ma l’occasione di un lavoro sicuro lo aveva portato in giro e allontanato dai cestini. Di tanto in tanto ripensava ai cestini con rimpianto e si diceva che un giorno avrebbe ripreso in mano i salici e provato a costruirli.
Gli anni sono trascorsi veloci, i figli cresciuti sono andati per la loro strada,finalmente con l’arrivo del pensionamento Renzo può dedicarsi ai cestini, fortunatamente la forma fisica è eccellente e la moglie disponibile a collaborare.

A partire dal mese di Gennaio Renzo e la moglie Silvana percorrono le Langhe alla ricerca dei salici,cercano il tipo di colore giallo e quello di colore verde,e di quelli color marrone diverse tonalità…inoltre i rametti debbono avere diametri diversi per le diverse parti del cestino e lunghezze diverse per le diverse dimensioni del cestino.
I rametti debbono essere conservati con la corretta umidità per essere lavorati, se seccano non sono più flessibili e si buttano via, una parte del raccolto si deve scorticare per avere il colore bianco…
I nostri coniugi si godono le camminate all’aria aperta nei meravigliosi territori delle Langhe con qualche sosta nelle Osterie ad apprezzare i cibi della tradizione locale, a casa prova e riprova imparano a preparare e conservare innanzi tutto “la materia prima” quindi Renzo – attingendo ai ricordi dell’adolescenza – tenta la fabbricazione…ma non riesce, c’è qualcosa che non ricorda o le dita si sono indurite troppo per guidare i recalcitranti salici o mancano degli attrezzi?

Renzo e Silvana si informano e trovano qualche vecchio che costruisce i cestini,
loro pensano che saranno contenti di insegnare “l’arte cestiaria” affinché venga tramandata ai giovani anziché sparire con loro, ma i primi contatti sono una delusione: vengono respinti. I nostri non demordono, resi prudenti dall’esperienza, si limitano a guardare con molta attenzione il modo in cui i vecchi artigiani eseguono il cestino. A casa prova e riprova, a volte il lavoro riesce, a volte è bloccato e allora si ritorna a guardare con la massima attenzione a quello specifico passaggio. In questa fase Silvana si rende conto che occorre una certa quantità di forza che lei non ha, continua a collaborare con Renzo e scopre la passione per la fotografia naturalistica che eserciterà durante le camminate alla ricerca dei salici.

Oggi Renzo e Silvana collaborano ancora ma è Renzo che ha l’estro creativo e la capacità tecnica, ciascun cestino è unico come ho cercato di dimostrare nelle fotografie eseguite durante la sessione realizzata qui alla Cascina Bricchetto.
Renzo sarà lieto di mostrarvi le sue creazioni anche qui da noi.

Giovanna

 

Beth racconta Cascina Bricchetto e le Langhe

A piedi nelle Langhe

Introduzione
Elizabeth è una scrittrice americana che ha soggiornato da noi e successivamente mi ha inviato l’articolo che segue, le fotografie dell’articolo sono state scattate da lei e da Trish in particolare durante le piacevoli  esperienze di cucina tipica realizzate insieme.
L’empatia è stata forte da subito sia con lei sia con la sua amica Trish, il loro evidente e dichiarato apprezzamento per il luogo-la casa-i cibi- i vini ma anche per  le piante aromatiche che non conoscevano,          l’ impegno loro e dei mariti durante le esperienze di cucina con gli utensili tradizionali a loro sconosciuti, sono nel mio cuore e ci resteranno!
Giovanna

Viaggio in Piemonte e “scoperta” delle Langhe.Degustazione vini

Nel mese di Maggio, io, mio marito e due nostri cari amici abbiamo compiuto un viaggio alla scoperta delle Langhe, in Piemonte. Grazie a una ricerca su Internet abbiamo conosciuto l’Agriturismo Cascina Bricchetto, gestito dalla proprietaria Giovanna Oliveri. La regione delle Langhe, con le sue splendide colline, è uno dei siti della World Heritage List dell’Unesco ed è famosa per la sua lunga storia di coltivazione di vigneti e produzione di vini; è la fertile terra di origine di varietà come il Nebbiolo, il Dolcetto e il Moscato e dei migliori vini del mondo Barolo e Barbaresco.
In Piemonte ha inoltre avuto inizio il movimento Slow Food, 30 anni fa (e dal quale credo derivi anche il concetto di slow travel, ovvero di turismo lento): l’associazione Slow Food promuove la coltivazione a chilometro zero e abitudini alimentari sostenibili, e vuole valorizzare l’idea di consumare cibi locali preparati a partire da prodotti freschi, del territorio, a sostegno dei produttori del posto. Celebra, insomma, quanto di più salutare vi è nel rallentare il passo delle nostre moderne vite industrializzate.
Pur essendo interessati a conoscere meglio il cibo e il vino della regione — in fondo, chi non lo è? – ci allettava anche l’idea di poterci fermare e riposare un po’ dopo una settimana impegnativa a Venezia e nelle Cinque Terre. Una vacanza in campagna in una location stupenda faceva proprio al caso nostro e ci avrebbe fornito una base da cui partire per esplorare i dintorni.Degustazione prodotti piemontesi
Per questo, Cascina Bricchetto, situata sulla cima di una collina nei pressi del paese di Trezzo Tinella, è stata per noi una scoperta straordinaria. La proprietà comprende diversi edifici collegati tra loro, dei quali il più antico è la cascina in pietra, risalente probabilmente al XVIII secolo. Dalla metà degli anni ’90 è stata sottoposta a un continuo, appassionato lavoro di ristrutturazione, i cui risultati sono visibili praticamente ovunque si guardi.
I giardini, gli alberi da frutto, la lavanda, le rose, le ciliegie e i cotogni, tutti piantati negli ultimi vent’anni, fioriscono sotto le cure amorevoli di Giovanna. Tutto intorno, fin dove l’occhio arriva, le colline si incurvano dolcemente, rivestite di ordinati vigneti e punteggiate qua e là di cascine dal tetto in terracotta; i campi sono costellati di papaveri e margherite, le cicerchie invadono i muri di pietra e le nicchie alle pareti traboccano di gerani, mentre caos e ordine convivono in perfetta armonia. Ovunque si notano le tracce di una cura quasi pignola della terra, dei vigneti, dei boschetti di noccioli, in un mix di simmetrie e di sensualità casuale che non potrà deludere chi sa apprezzare la vista di panorami stupendi e il profumo di gelsomini e ginestre. Questo è un posto dove ci si sente veramente a casa, che la natura ha dotato di un suo ordine proprio e a cui l’uomo ha lavorato con amore e pazienza per generazioni. Merita di diritto tutta questa devozione: gli abitanti vivono a contatto con la terra e grazie ad essa; gli artisti trovano in questi paesaggi il soggetto delle loro opere; i sognatori, come Giovanna, dedicano la propria vita a preservare quanto di speciale questo luogo ha da offrire.
Nel nostro candido appartamento con due camere da letto, a svegliarci la mattina era il canto del Cuculo solitario. L’alloggio si chiama dër Forn, dallo storico forno adiacente all’edificio dove un tempo, ogni settimana, si recavano tutte le donne della collina per cuocere il pane. Dalle finestre aperte entravano fragranze inebrianti, trasportate dal fruscio leggero del vento tra le fronde. Ogni giorno abbiamo ammirato le nuvole mentre prendevano forma nel cielo barocco, e in un paio di occasioni abbiamo potuto apprezzare la vista delle Alpi innevate all’orizzonte. Abbiamo goduto della compagnia degli affettuosi cani della tenuta, Pippo e Peppa, e mangiato (soprattutto mangiato) in abbondanza per tutta la settimana prelibatezze del luogo, selezionate per noi dalla nostra ospite: formaggi, pane, torta di nocciole fatta in casa e naturalmente vini bianchi e rossi locali.
I giorni sono volati in un perfetto equilibrio tra passeggiate nella campagna e letture in terrazza o nel soleggiato cortile. Noleggiata un’auto, abbiamo fatto delle gite nelle cittadine vicine (Alba, Neive, Bra, Barolo e Barbaresco per citarne alcune), dove abbiamo passeggiato, visitato i mercatini, partecipato ad un tour del vino e ad altre attività tipiche del turismo lento. Tutti e quattro ci lasciavamo guidare dall’umore e dai capricci di ogni giorno, liberi da qualsiasi preoccupazione.
Cooking ClassUovaCooking Class

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra le esperienze più significative fatte in Piemonte vi sono i due pomeriggi trascorsi nell’accogliente cucina di Giovanna. Lì, indossati i nostri grembiuli e riempiti i calici di vino, abbiamo imparato le sue ricette per la pasta fatta in casa, il ragù langhetto, il risotto ai funghi, la salsa verde con le acciughe e le uova di quaglia, e lavorato alla paziente preparazione dei ravioli (il cui ripieno va preparato il giorno prima e lasciato riposare una notte, per far amalgamare al meglio i sapori). Tutti gli ingredienti venivano direttamente dall’orto di Giovanna o da quello di un produttore locale.
Osservare Giovanna mentre lavora l’impasto su una tavola di legno liscia e grande quanto un tavolo, giunta a lei di generazione in generazione, o mentre ci passa un pesante mortaio in marmo rosso appartenuto alla sua bisnonna; ascoltare le sue storie e prendersi il tempo per imparare a usare una mezzaluna (altro che Cuisinart!);

Cooking ClassCooking Class - Al lavoro!Cooking Class - Al lavoro!

Cooking Class - Al lavoro!

Arrancare tra una sfida linguistica e l’altra (l’inglese di Giovanna è di gran lunga superiore alla nostra conoscenza dell’italiano); riempire i nostri bicchieri ancora una volta, e ripartire, non solo con un’enorme quantità di cibo per saziare il corpo e lo spirito, che non siamo riusciti a finire durante il nostro soggiorno, ma con un senso più profondo del significato di casa, ospitalità, tradizione, ovvero ciò che più conta per Giovanna. Cooking Class - Ragu
Giovanna ha condiviso con noi l’abbondanza e il “gusto” delle cose autentiche, stabilendo con noi un legame e dando prova di una ricchezza e di una generosità inaspettate, di cui faremo tesoro per sempre.
Riguardando le foto del nostro recente viaggio in Italia, naturalmente riesco ad apprezzare la storia, il mistero e la maestosità delle acque di Venezia, le curve scintillanti delle Cinque Terre e il blu cristallino del Mar Ligure, ma più di ogni altra cosa ricordo le mani di Giovanna al lavoro, le sue ciliegie da lei colte dall’albero davanti casa, il panorama dall’alto della collina, la ricchezza di una vita dedicata alla cascina sulle Langhe, la sua generosità fuori dal comune. Posso dire con certezza e soddisfazione che, nonostante le barriere linguistiche, ci siamo capiti e abbiamo condiviso esperienze significative.

Cooking Class - Si mangia!Nutro una profonda speranza che altri, come noi, indipendentemente dalla loro destinazione, possano conoscere e apprezzare la bellezza di rallentare il passo, aprire i sensi, amare la terra che ci abbraccia, ispira e nutre, e fermarsi quel tanto che basta per fare la nostra parte nel sostenere e onorare chi se ne prende cura.
Beth Lodge-Rigal
Bloomington, Indiana, Stati Uniti
 

nytlogo152x23

Viaggi –  7 Gennaio  2016

Torino e le colline del vino (Langhe, Roero, Monferrato) sono indicati dal prestigioso giornale tra i 52 luoghi da visitare nell’anno, unica segnalazione  dell’Italia!

Se volete leggere l’articolo segue il link

Articolo New York Times

Noi delle Langhe con i Roerini e i Monferrini siamo molto orgogliosi dell’indicazione e speriamo che siano tanti i lettori che la seguiranno!

Torino

E’ stata la prima capitale d’Italia, si è “reinventata” dopo la pesante crisi originata dal declino industriale,  oggi è una città d’arte e di cultura.

http://www.turismotorino.org/eventi

Il centro storico è bellissimo, tra antiche vie e splendide piazze c’è anche il Castello reale con il parco, tanti sono i musei di ogni genere: auto, cinema, pittura, scultura, tra i quali spicca il Museo Egizio recentemente ristrutturato e secondo al mondo dopo quello del Cairo d’Egitto.

http://www.museoegizio.it/museo/

Le colline del vino

A pochi km da Torino vi aspettano con panorami e paesaggi splendidi così significativi che sono stati inseriti nel “Patrimonio mondiale dell’umanità” dall’UNESCO a metà dello scorso anno. Castelli, paesini arroccati sulle colline, musei molto particolari dedicati alla cultura e colture locali, non solo cibi e vini unici e noti nel mondo (Tartufo bianco d’Alba, Barbaresco e Barolo tra tutti) vi aspettano e vi accoglieremo con gentilezza e discrezione.

http://www.langheroero.it/
http://www.astiturismo.it/
http://www.wimubarolo.it/en/
http://castellilangheroero.it

Foto di  E. Monticelli